Opera

Turandot: l’ultima pagina di Giacomo Puccini

Giacomo Puccini fu tormentato dalla sua ultima opera, Turandot, fin dalla scelta del soggetto, e con grandi intervalli – dovuti a dubbi esistenziali – e sofferenze per la sua malattia che lo disorientò, non la portò a termine, scrivendone le ultime pagine nel 1924, anno della sua morte. Dovette congedarsi dalla vita e dal mondo dell’Opera lasciandola incompiuta; fu successivamente completata da Franco Alfano sulle indicazioni lasciate dal Maestro. Tutte le eroine pucciniane sono vittime di una “colpa d’amore” e cadono sulla scena. Non la gelida principessa Turandot, anche se per un buon tratto dell’opera resterà in disparte. È la protagonista che si scioglie e si lancia nel suo ruolo come una corrente irrefrenabile che abbandonando l’orgoglio cede, ma con la forza dei vincitori, non di chi sottomesso subisce. Nella parabola creativa di Puccini, nella danza delle sue protagoniste vinte e morenti, lei vince nella gloria, non muore ma al contrario è destinata a continuare la gloria di un trono. È la sua ultima creatura che laicamente pone fine alla tragica sequela di morti per colpa d’amore, è quella che schiaccia il capo del serpente del complesso d’amore, o forse dell’Edipo mai risolto del compositore, il quale probabilmente si liberava anche dal complesso di avere sottratto una donna ad altri. Era in preda alla malattia e gli occorreva un vincitore, l’amore vissuto ormai come l’unica nostalgia. Al momento di iniziare a musicarla, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, nel 1921, Puccini ha già nel cuore la dimensione della vicenda. Vive l’ultimo amore con il soprano Rose Ader, un’austriaca che non cancella il ricordo della baronessa von Stängel, ispiratrice della Rondine, con la quale ebbe una storia d’amore a Lugano, dove non poté più incontrarla per motivi politici. Turandot per lui non sarà un’arma a doppio taglio: ormai alla conclusione della sua esistenza, riesce a non farsi male, a non ferirsi. È a doppio taglio perché, finalmente, dopo Il Trittico, Puccini porta l’opera nel territorio dell’assoluta modernità, in cui era sempre entrato e uscito perché legato al teatro e quindi costretto nei limiti di quelle che erano le esigenze del pubblico. Rimase tradizionale nell’offerta scenica ma con Turandot offre un tessuto musicale assolutamente nuovo, con il quale si spense anche la grandiosa storia dell’Opera italiana iniziata trecento anni prima. Il destino vuole che la fine del mondo pucciniano sia proprio dietro le mura di Pechino. Nella folla che acclama Turandot e il suo amore tutto da vivere, si può immaginare, e senza retorica, che ci siano quelle donne che sono salite sull’ara sacrificale del teatro pucciniano, Anna, Manon, Mimì, Tosca, Butterfly, Giorgetta, Suor Angelica, e la piccola Liù. Un mondo di tragedia greca che si chiude sugli spalti come sugli spalti di Troia era iniziata la grande drammaturgia della Storia umana. Puccini – come sottolineato da molti – è stato l’ultimo grande tragediografo greco. Se nella Turandot il principe Calaf è un novello Ercole dell’intelletto, la principessa di gelo rappresenta l’ultima Ebe. Turandot! Turandot! È il richiamo, l’invocazione, il grido di sfida e d’amore che alla fine del primo atto il principe Calaf arrivato da lontano lancia contro la principessa per la quale sono stati messi a morte principi e cavalieri giunti da ogni luogo. È la morte la protagonista invisibile di quest’opera. L’amore impossibile, il gelo delle aspirazioni non corrisposto, il mito dell’eroe che ritiene di poter modificare il destino con l’azzardo, sono elementi portanti dell’opera che deve girare intorno al terrore della morte e al gelido silenzio di una principessa infiammabile soltanto nell’attimo in cui la sorte si capovolgerà. Fiaba crudele e fiaba a lieto fine ma con il prezzo del sacrificio dell’innocente Liù, la serva che accompagna a Pechino il principe Calaf e suo padre Timur, spodestato re dei tartari. Liù è la dolcezza, la dedizione, l’amore senza controparti, silenzioso, quello nutrito nel segreto del cuore in cui Calaf ha saputo leggere, ed è il Puccini conoscitore dell’animo femminile che dipingendolo ha trovato forse la dignità, nonostante, la sua freddezza formale, nel rendere omaggio alla giovane Doria Manfredi che svolgeva piccoli servizi in casa Puccini, a Torre del Lago e che si uccise per il Maestro. “Non piangere Liù” è l’omaggio di Puccini a Doria Manfredi? Liù è certo la più tenera delle sue creature sventurate, che paga, anche lei, per la colpa d’amore. Con lei finì il Melodramma.

di Salvatore Maria Fares, scrittore e giornalista

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